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Scherzifacezie, nugae, scherzi, componimenti piccoli e non... .Dove se ne va l’Italia senza freni dove va il bel paese senza pene senza verità o valori se chi impera
senza confine e le regole azzera recita solo il grido al complotto elevando sé da carnefici a vittime
presi nell’orgia del potere a cottimo; e nel proprio bisogno da impuniti ogni giorno nel cestino dovrà mettere
dignità propria e altrui, tutti falliti, e compulsivi non riuscire a smettere e volere e ottenere leggi personali
e ogni propria pretesa accontentare; e ottenuta altra impunità gridare che altri porta attacchi per barare.
Dove va questa Italia, e poi chi è che cosa è diventata da quando, si è affacciato oltre i decenni gente
che tutto vuole squadernando, denaro e potere corruzione suadente felice, goduriosa, irridente,
che dai centri di potere si burla beffardamente di chi per legge urla e poi sghignazza felice l’agnizione,
far sapere anche quale opposizione vuole, e poi l’attacca in prova duratura, atto - di norma - di una dittatura.
Chi è quest’uomo che gode come un bimbo a parlare coi grandi della terra pace per se ma asseconda guerra
e scendere sa in quell’inferno orrendo in cui ha gettato tutti e pur tradendo chi il voto gli ha dato, quel consenso,
baratto di programmi senza acconto e lo hanno salvato da carceri sicure corruttore e prodotto di potenze oscure
a mutazioni destinato e durature; finché da vuoti palinsesti e dal pallone vi sia chi svegli i molti ammonendo loro
che sono proni a chi in venti primavere li ha resi cloni e idonei al prepotere. Ci sarà chi tra i politici opposti
non si vergogni di leciti trascorsi e lavorando con dignità solare sciolga il sonno ipnotico generale
e la gente che lo adora senza opporsi col tempo capisca cosa vale; che il di lui desiderio è ludibrio
e più lo attaccano più via via si inebria e i prezzolati amici forse un giorno lo lasceranno a morire nel suo fango
e dal fango a balzi salteranno fuori e smentiranno essere stati amici suoi, o forse diranno che erano costretti,
o fingeranno pianti ahi non sapete amici quant’è dura rinunciare ai benefici né pensavamo si stesse tutti in rotta
e via dicendo, brutta questa botta, gente nei confronti dell’etica irridente astuzia di chi creanza, mostra, e non capire
che sudditanza è, e poi ridire di una nuova verginità e pentimento. E te li troverai sul lato opposto
se c’è chi gli dia ancora un posto…
18.6.2009
.Sempre mi chiedo dove siete nati da chi, dove siete vissuti, che aria avete respirato - com’erano
i vostri genitori. Se avevate una cameretta vostra silenziosa coi libri in un armadio-libreria,
tutto per voi. E i vostri padri avevano fortuna le vostre madri di come far la spesa alla famiglia;
andavano in bottega con libretta alla mano quella nera, piccola, dove un avido droghiere segnava
le vostre spese e poi le riportava più o meno fedelmente nel suo libro grande che chiaramente più grande era
di quello del libretto vostro di famiglia. Sempre mi chiedo da chi siete nati, cosa scorre nella vostra memoria,
che posto avevano i fogli nel vostro portafogli; ci nuotavano dentro o lo gonfiavano come quei sensali
che - quando esibendosi in giro lo tiravano fuori impudicamente - vi facevano sentire una rabbia dentro,
o potevate senza malessere guardare, o chiedervi se ad altri quel benessere impudico facesse tanto male.
E dove siete nati, era una città grande, vicino casa passavano autobus, forse in orario, potevate a scuola
andare informati sui costi, e i libri li lanciavate dalla finestra nell’atrio per ostentare e le ragazze impressionare.
Avevate la cravatta o un vecchio maglione dai gomiti usurati che le vostre madri con parole cercate
mai seppero persuadervi se dicevano che anche gli altri, come voi, avevano le toppe in serie nei calzoni sfondati,
camicie dai colletti bianco-logoro. O avevate in casa brave cameriere, una donna di pulizia sfaccendava
mentre le vostre mamme, gambe accavallate su soffici poltrone, sfogliavano giornali; rotocalchi; che cosa avete avuto dalla vita,
vorrei sapere oh non sapete quanto, così potrei capire chi siete veramente, e cosa avete in fondo agli occhi, dolore
insuperato, povertà scolpita, umiliazioni ottime e abbondanti manco un pasto da militari
che pur disgustoso e annebbiante sempre così veniva dichiarato. E andaste un giorno all’università,
a casa vostra un dito in verticale sulle labbra dei familiari che per casa girando si additavano al silenzio
perché stavate studiando per gli esami. Si, così farei il vostro identikit psicologico e morale, e immorale,
e capirei tanto, o quasi tutto, se oggi siete in giro con un’auto nuova o vi destreggiate nel sociale
senza disfatte, ad occhi dritti col cuore innocente, senza astio per gli amici di oggi o la vostra paura
di un tempo non leggete negli occhi altrui e nessuna rabbia vi impone scatti d’ira e il timore d’essere smascherati
nelle vostre collere che altri per ignoranza chiamerebbe mancanza di stile o - vecchia espressione - mala creanza;
e voi ad ogni passo ogni volta che vedete altri che hanno tristezze nel profondo voi vi riconoscete, voi lo sapete
ch’è vostro sodale, a voi simile si, e ciò che è vostro nei loro occhi vedere è facile. E’ questo che vorrei.
Vorrei sapere chi siete veramente. Saprei anche perché questa amate o quella musica o come mai
questo film commedia o quel genere dolorosamente d’essai, nei cinema suburbani, se una fazione politica
o un’altra apprezzate senza timore per il vostro domani, batticuore che non avete mai avuto, mai,
che non riconoscete, il cui volto odioso, che non è nato con voi, dolcemente ignorate. Ignorate.
E’ la vostra dolce vita vivaddio quella che non saprete mai da dove viene, mai, perché mai saprete da dove viene l’altra,
la vita acre, insicura, balbettante, di chi vi passa accanto in una strada elegante, un corridoio semibuio,
o un parco a primavera, o quei negozi dove non temete di entrare - storia vera - dove comprerete senza prima
chiedere il prezzo sommessamente. Vorrei sapere chi siete, chi siete veramente, e io penso o mi illudo
che così lo saprei infallibilmente…
. Per F.
Come potresti non essere importante per me che do frutto ai miei giorni insieme a te, al tuo animo grande
e ai tuoi pensieri sui quali torni ogni volta che mi scrivi belle note note del cuore, tu esperta musicista,
tocchi corde, corde profonde; e l’animo d’artista del poeta - di cui l’esser poeta non ti importa - ma che intanto è tale, e tu non puoi, discosta
da quelle doti di tenerezza e amore, star lontana…
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Oh perché mai denigrare i tanti con le mani in tasca e le spalle al muro, lo sguardo impuro dritto nel vuoto; o quelli che con il passo di chi trasandato si mostra sicuro di sé spalle dritte e pugni chiusi oscillanti all’altezza delle cosce scattanti come a sfidare nemici non comprare il giornale sportivo con gli ultimi spicci. O in queste mattine grandiose il passeggio tra l’edicola adorna e il bar che sforna cappuccini, caffé, i dolci alla crema sui bei tavolini allineati e coperti, dove vecchi trentenni giocano a tresette litigando in cortile; e giocano, giocano e io non so se ignorando benché - sia di loro proprietà - il dolore di vedersi la vita passare aspettando; giocano si o in piedi urlano per mostrare al nemico la loro mens sana e intelligente in questa sacra intangibilità (o veggenza) della perizia di un gioco dal vero astraente…
Il gioco infinito al bar; e far pagare il caffé a qualcuno è osanna e peana, il trionfo che consente il rientro a casa senza nervi tirati e rilassati sedere davanti alla tivù a rivedere la stessa partita che antenne a pagamento offrono varie volte in un giorno invariabilmente fin che il giorno di nuovo rinasce subito dopo il pranzo e invariabilmente dura fino al pomeriggio, tardi, in partite infinite, e urla, bestemmie, e dimostrazioni (ancora) di superiorità di mente mentre le luci accendono la sera e la gente rientra con facce perplesse di cui hai imparato a indovinare dalle espressioni amare le disattese promesse. E forse il problema non è più, o non è mai stato, qui dove l’atarassia è sconfitta plurisecolare, mai, mai stato nel non poter più parlare, e non è nemmeno nel non poter più essere ascoltati, non dico capiti, ma forse nel sentire più alto il rischio di parlare col cambio facile tra chi parla e chi alza sguardi severi, stupiti, gli sguardi sorpresi di chi esterrefatto si chiede cosa mai accade, pronto a dar del matto a chi non si sa perché non sia già stato spedito al Mandalari; qui dove tutto si paga in noncuranza e dove riso e scherno son letteratura e poesia, e filosofia superba occasione per ridere con una risata di malriuscita afasìa...
Bevo il caffé frettolosamente, oggi è la seconda volta, ma uno che avevo visto alla ringhiera grigia a destra, stamattina, è ancora lì, di nuovo, e sembra abbia in affitto lo spazio, lì, lo vedo lì da anni, forse ne ho un ricordo invernale perché ha sempre quel giubbotto come fosse natale, e una sciarpa, in questi giorni radiosi di aprile: sempre lì, sotto il moderno portico e se ne sta solo, solo ascolta un suo pensiero, a sguardo perplesso, ma non fuori di sé, ma dentro, più dentro, che per un’altra volta potremmo dire ancora retroflesso. Torno a casa, radendo i muri. Devo aver dato fiducia a chi non meritava; a qualcuno che può avermi fatto dubitare di me se adesso a me chiedo perplesso dove mai attingo il permesso di stupirmi di questa piccola vita, del rimosso dolore di gente giovane adulta senza occupazione che coccola la nonna, e la pensione, dicono i giornali, ripetono consenta in questi 150 anni di crisi quel lusso vile che sa di fenomenale che un tempo chiamarono, con espressione triste ma elegante questione meridionale.
Torno a casa, radendo i muri, penso mentre estraggo le chiavi e apro il piccolo portone a vetri ad un altro giorno andato; penso a noi separati in casa, in quartiere, nel borgo oggi imbiancato ma sepolcro tuttavia, qui dove sono cresciuto, a Gianni che chiama necropoli le città, a me che costretto a tornare sogno un’altra fuga e una volta ancora stupisco al sorriso trentenne della mia anziana madre, al suo venirmi incontro a passo di danza, e a come tornerò, salite due piccole rampe, al mio tavolino e al computer, miracoloso regalo di un compleanno passato; e a me penso in questa oasi di pochi metri quadri, piccolo modesto appartamento, un lusso anche per me tutto devoluto all’ozio letterario. Ed eccomi, gomito puntato sul tavolo, guancia nella mano, nell’altra il mouse, e il foglio bianco su cui figgo quotidiani pensieri. E’ una sera qualunque del duemila. Seduto qui a vivere pensando, o modellare versi; ma io - penso - io che ho sognato un’altra vita, io che ponevo nel pensare la speranza; io vidi e seppi che il sogno si volse in derisione; e fu visione disperante di radici. Fu il limite nostro la rivelazione, il mio e il loro. Il mare antropologico, penso, tutto riavvolse, poesia e tresette, io nella mia sconfitta della radicale visione dell’essere, loro nella boria beata di un caffé, goduta vittoria. E sarebbero così reali le differenze?
6-8 aprile 2009
.Qui - tra la gente che a pigolii si duole di bisogni antichi (che chi ha il potere ignora) ma poi al consenso incredibile avvalora
i piani di chi per sé il potere vuole - tra gente che i malandri via via lusinga vita non c’è ma vita mia induci a vigilare attenti
nel quotidiano che non da mai nulla, e i vivi sanno che il respiro costa qui dove tutto si paga in dignità
e quel che è diritto è scherno o rarità. Vivo che non sei parte a quei belluini che ferocia e potere rende caini
che nella certezza di empietà impunita vivono forti sulla tua - che è la tua - vita qui è sforzo d’ogni istante alzare gli occhi,
e urlare ciò che spetta è quella forza che l’onore mina di una genìa funesta che d’onore bugiardo si riveste.
23.3.2009
.Qualcosa, amico Nino, ci affratella; come idea veramente non è bella quella che morte francescana sorella
mentre un po’ per volta ci si accosta, quando arriverà - ma lo fa apposta? - ci trovi soli e nessuno accanto,
soli senza uno sguardo e senza un pianto soli nel giorno che si dovrà finire senza qualcuno che ci veda morire…
soli dal giorno che si dovrà chiarire
.Spiritosetta che mi piaci tanto tu che i miei giorni allieti tutti e sempre ma l’animo estremo non ti duole
a rimandare ancora il nostro incontro? Dici, vedersi occorre anima e corpo viversi dici ma intanto non lo fai
ahinoi tristi problemi ci separano, e il nostro amore si copre di sfortuna. Ma se ti fai coraggio, donna amata,
e la città tua lasci pochi giorni le mie braccia e l’intera mia brigata ti accoglieranno fin che a Carpi ritorni.
Vedrò allora i tuoi occhi puri vedrai allora i miei occhi veri, e la mia mano ti sfiorerà le guance,
e sulla bocca avrai baci severi.
.Ah giorni caldi di un’estate antica siete rimasti memoria e incanto negli occhi vitrei e nell’ansia stupita,
del fanciullo che in estasi adorante vi guardava chiari cielo e mare puri d’un azzurro che più che estivo
non si potrà mai dire. O giorni ampi nella memoria ferma, distesa, lampi di un flash eterno, di un istante solo.
E sono lì ancora nel primo meriggio quando il cielo scolora quasi in sonno, sfuggivo il pranzo per venire al poggio
modica altura, solo, per rapirmi godendo la calura e il gran silenzio la solitudine i vasti spazi e solo mia,
quella visione che avvicina a Dio.
30.4.2009 .Voi ricordate quelle sere insieme, le sere a cena o in calde pizzerie; dove sarà stato il nostro incontro
il primo ma anche tutti, tutti gli altri in posti diversi e diverse città; a Roma, per esempio, fu forse
al Pantheon forse piazza Navona, in sere d’estate tra giocolieri e mimi, festanti venditori, di quadri,
miniature, prestigiatori, pure madonnari, pittori del futuro, o musici sbandati, i cantanti,
ritrattisti che in rapidi istanti carta e matita ritraggono me o te a dieci euro soltanto; oh dove mai
ci saremo incontrati in che magiche sere, fu in Emilia o a Genova o a Porto, o a casa del poeta a Recanati dal nostro
amico eterno che dal borgo selvaggio volle fuggire ma ahimé ripreso subito fu, e irriso; o dove ti ho incontrato,
e in che luogo, amico o amica cui tuttora parlo di cui vedo foto e del volto le linee, i vari sguardi
di vari tempi e luoghi. Così, mai stanco, dove vi avrò visti - mi chiedo - e quante volte o come sarà nata quella stima,
se così cari mi siete che col cuore dalla mia casa vedo il vostro agire, il quotidiano ameno, svago lavori,
piccoli impegni o grandi dolori; e c’è chi a sera a un telefono gratis assente a calda e pura sintonia;
e il vostro cuore perché più dentro palpita, sempre, se mani lontane mani mai strette, mai, pure ho tanto
avuto e io non so se del mio ho dato; e sarà vero che ciascuno in casa può esser meno solo tra di noi,
tra noi lontani, lontani e pure amati che basta un avatar e un nome e una foto - pur senza mai essersi incontrati?
12. 4. 2009
.Per i casi del fato
(mi scuserai se uso
una parola ormai arcaizzante)
ti incontrai in giro
per nuvole e stelle
o non so dove
in quale aria o etere;
e prima di due settimane
tutto era compiuto.
Passarono giorni
perché i giorni hanno il vizio di passare
come i mesi e gli anni -
anche se nessuno ci ha mai detto
né come e neanche dove,
e soprattutto se è vero.
Nei mesi fui posto a paragone
ad ogni sorta di santo o di burlone,
forse hai alternato lacrime e sorrisi
pretese vendette, bonomie e marosi;
ma tu sola sapevi come vanno gli affari in amore
e che da qualche parte in un luogo senza luogo
chi aveva trovato a corrisponderlo era il cuore.
.La voce umanissima dell’uomo
scompare nella tecnica del poeta un poema è solenne come un duomo ma uomini donne vita non giungono alla meta. Tu non li senti, non senti voci vive svaniscono volti vivi voci dolci o acri vince il ritmo da solo e quel che il poeta ambiva folla, auto, visi, restano simulacri. Non ha qualcosa - pure - di stantio quel verseggiare tecnico e abbonato non sembra di sentire antico il rio dei versi d’un tempo d’altri e non di sé; se pure ti consola l’aulica tradizione, il dubbio resta, rimane tra sé e sé. Nota
Questa poesia è una riflessione sulla maggior parte
della poesia scritta OGGI sul metro della poesia classica:
utilizzando cioè la scienza metrica ecc.
Inverno Antico*Ora dal cielo scendono nuvole grigie, gli orti silenziosi attendono nel freddo in un cielo di neve: dimèntico di me il mio pensiero corre a te avvolta nel dolore che temi ti persegua per anni.
Ora il silenzio cala negli orti, umidi della pioggia inattesa: è già svanito l’esiguo sole, presagio di primavera.
E qualche passerotto intirizzito pigola piano, per non turbare il mistico meriggio d’inverno. Plana la pace nel crepuscolo eburneo, che sopraggiunge, improvviso.
11.2.2009
h.16.40
* E' una poesia fuori dal tempo presente, versi sognati per poter scrivere uno dei generi che più amo: l'idillio. E' dunque una poesia dove manca tutto ciò che è contemporaneo: strumenti elettrici,
attrezzi meccanici, auto, computer, ecc.
.Il tempo passa lentamente. Parole come stillicidio, metafore, la goccia che penetra la dura pietra, verbi intrattenibili entrano e fuggono dalla mente, tutto in quei momenti appare sopportabile ma è destinato a trascinarci nell’abisso. Scrivevo incompresi versi. Nulla ci accomunò mai veramente o molto ci costringe ancora in un vincolo tentacolare, e inossidabile – più di quanto sappiamo immaginare? La mia barba si è allungata e stare seduto è sempre più difficile. Passano giorni lunghi come ere. Non conto i secondi e non ho un orologio a pendola nell’angolo, nulla scandisce attimi, minuti. Le ore non sono divinità pagane né unità di misura. Il tempo non resiste. Vago appoggiato a spalliere di vecchie sedie mi affido ai muri avanzando un centimetro per volta. Se il telefono squilla sorrido, la mia voce canta, non racconto làstime. Le notti sono illuminate da un'abatjour, non da pensieri di speranza. Voci irraggiungibili mi raggiungono; fisiche, reali, impietose; soffiano acredini senza pietà, senza logica: con malinconia, il pianto trattenuto di chi non sa ma crede di sapere. Il tempo passa lentamente per chi soffre.
gennaio 2009
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Non tu -
.Lieve trepidazione con cui attendo le tue parole scritte le tue sonore amore
fiera trepidazione con cui mi rendo vivo mentre ti attendo mentre da lungo tempo attendo i tuoi occhi - veri
.Stasera non so parlarti di me non so parlare di te a te non so parlare di noi. Stasera parlarti mi è proibito da una canzone che mi trafigge con la sua malinconia, malinconia che è tua e mia e stasera ci unisce sulle onde a colori tenui e forti di questa canzone, e la sua malinconia ci imprigiona, stasera ci avvinghia, ci lega la sua musica le sue parole mi portano in quella stanza da cui mi pensi nell’oscurità, lontana dal mondo, dove, sola, puoi commuoverti nel profondo e sai che anch’io ho lacrime trattenute a stento o limpide a tratti sul mio viso rigato.
Stasera non so parlarti di me. Non so parlare di te a te: né so parlare di noi. Stasera, questa sera che anche nelle immagini cerco messaggi, i più sottili, quelli cui alla prima visione non penserei, quelli cui tu stessa forse potresti non aver pensato. Stasera questa sera la rosa in un cuore sulla polvere di un tavolo una rosa sui tasti bianchi del pianoforte la mano nella mano di due innamorati o le antiche persiane che si aprono sul mare; stasera tu nuda in un abbraccio fetale, triste, raccolta in un’intima chiusura al mondo, stasera le parole vergate con inchiostro nobile su carta subito ingiallita; stasera il cielo al crepuscolo di un azzurro inquietante e un finale con la rosa tra le dita che cambia colore; stasera tutto questo rigira vortici nella mia mente diventa fantasia nella mia fantasia dolore nel mio dolore nostalgia nella mia nostalgia, amore nel mio amore…
Mi sono seduto a tavola a pensarti mi ero seduto come ormai di rado a consumare un breve pasto e mi distraevano le immagini e le note il tuo sguardo appariva nelle immagini che ho di te le immagini tue da tempo alte sull’altare che porto nel cuore.
Stasera, questa sera che anche le virgole hanno profili pensosi stasera che anche le pause le sospensioni i sospiri hanno attimi a sussulti gioia o allarmi della mente questa sera raccolto in un cantuccio del cuore - del mio cuore - semplicemente ti penso. Semplicemente ti amo. Semplicemente è futuro il presente e il presente è futuro. Stasera – questa stasera così commossa, così straziata da lontananze immodeste; stasera una sera in cui tuffarsi e nuotare: stasera io solco il grande mare della speranza da te innescata. Speranza mia speranza - chiari di luce nel cuore tremulo -
Speranza mia speranza. Speranza che non può finire.
21.1.2008
.Ah se ti sentissi dire in verità il mio amore io l’ho ferito veramente la colpa tua si scioglierebbe in nullità e il dolor mio svanirebbe immantinente.
Candida Suite.Amore dì alla zia di restarsene a casa stasera: dormirò io con te. Dopo poggerò la guancia sul tuo seno e mi farai le coccole e mi darai i bacini. Ma prima amore prima dì alla zia di restarsene a casa stasera, stanotte dormirò io con te, aboliremo la luna, per qualche ora scorderemo romantici baci e sguardi innocenti gli studi i collegi e i legami nell’anima; senza catechismi di certezze entreremo nello spazio senza spazio del cuore dentro più dentro dove amore è amore dove la carne è carne e le viscere urlano e dove il respiro si ferma dove gli occhi accecano sbarrati sull’abisso del piacere. Dì alla zia di restarsene a casa stasera, amore: stanotte per questa notte dormirò io con te.
Sai, sono felice d’essere infelice quando tu non ci sei: è per te la mia garanzia del mio amore. Ma stanotte la tua casa sarà tutta nostra, centimetro per centimetro la tua pelle sarà tutta mia e nostra sarà la fornace l’unica la sola che arde dentro, più dentro, dove il cuore è cuore, dentro, più dentro, dove la carne è carne. Ma tu sai cosa devi dire e a chi, amore, perché la casa stanotte sia tutta nostra, la carne e il cuore e quella infamia che per me voglio e pretendo si che mi addosserò un vilipendio disperato e senza orpelli. Dentro più dentro dove il cuore è cuore. Dentro più dentro dove la carne è carne.
.
Ci incontrammo per caso nella ragnatela intricata del web, mentore e maestra d’amicizia la nostra comune amica. Mi fu detto di persona grande valori titanici spirito solidale. Mi venne facile credere: il suggerimento arrivava da un pulpito sacro. Ti conobbi; e riconobbi in te quel che mi era stato predetto. Nacque un’amicizia che sfida il tempo.
.Non volevo no
che mi riportassi indietro
la vita che hai carpito
e che volentieri ti diedi.
Volevo che la tenessi
come io tenevo la tua
teneramente
nelle mie mani adoranti.
.Il tuo volto è festa Il tuo sguardo resta La tua voce è gioia La tua assenza è noia.
11.12.2007
14 febbraioForse sei tu il respiro del vento forse sei il respiro del mare o non sei tu forse la luna e tu, tu non sei tu quel chiarore che non si stanca e che limpida
vive - eterna testimone d’amore -
dietro l’intramontabile vita.
.Mio amore fino a quando continuerai a ignorarmi?
Perché ancora mi nascondi il tuo volto? Fino a quando mi agiterà il tuo silenzio? Rispondi, donna lieve,
Appari alla luce dei miei occhi, amore mio,
Ho confidato nella tua tenerezza, sai vuole gioire. . Per F.
Poi fu diverso ho ritrovato la gioia pura il futuro la speranza una vita che danza che riprende del nuovo i suoi giri di pensieri a larghe piste. Fu diverso si e gli occhi si riempirono di pianto gioioso. Forse fu un balzo indietro alla fiduciosa adolescenza io che ho sempre sperato anche senza capire perché la speranza non ha logiche né spiegazioni algebriche. E forse fu pure un recupero del tempo presente, il qui e ora che fuga ogni angoscia, e nulla lascia al passato o al futuro.
2.1.2008
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