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Santi Cicala

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Scherzi

facezie, nugae, scherzi, componimenti piccoli e non...

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Dove se ne va l’Italia senza freni

dove va il bel paese senza pene

senza verità o valori se chi impera

 

senza confine e le regole azzera

recita solo il grido al complotto

elevando sé da carnefici a vittime

 

presi nell’orgia del potere a cottimo;

e nel proprio bisogno da impuniti

ogni giorno nel cestino dovrà mettere

 

dignità propria e altrui, tutti falliti,

e compulsivi non riuscire a smettere

e volere e ottenere leggi personali

 

e ogni propria pretesa accontentare;

e ottenuta altra impunità gridare

che altri porta attacchi per barare.

 

Dove va questa Italia, e poi chi è

che cosa è diventata da quando,

si è affacciato oltre i decenni gente

 

che tutto vuole squadernando,

denaro e potere corruzione suadente

felice, goduriosa, irridente,

 

che dai centri di potere si burla

beffardamente di chi per legge urla

e poi sghignazza felice l’agnizione,

 

far sapere anche quale opposizione

vuole, e poi l’attacca in prova duratura,

atto - di norma - di una dittatura.

 

Chi è quest’uomo che gode come un bimbo

a parlare coi grandi della terra

pace per se ma asseconda guerra

 

e scendere sa in quell’inferno orrendo

in cui ha gettato tutti e pur tradendo

chi il voto gli ha dato, quel consenso,

 

baratto di programmi senza acconto

e lo hanno salvato da carceri sicure

corruttore e prodotto di potenze oscure

 

a mutazioni destinato e durature;

finché da vuoti palinsesti e dal pallone

vi sia chi svegli i molti ammonendo loro

 

che sono proni a chi in venti primavere

li ha resi cloni e idonei al prepotere.

Ci sarà chi tra i politici opposti

 

non si vergogni di leciti trascorsi

e lavorando con dignità solare

sciolga il sonno ipnotico generale

 

e la gente che lo adora senza opporsi

col tempo capisca cosa vale;

che il di lui desiderio è ludibrio

 

e più lo attaccano più via via si inebria

e i  prezzolati amici forse un giorno

lo lasceranno a morire nel suo fango

 

e dal fango a balzi salteranno fuori

e smentiranno essere stati amici suoi,

o forse diranno che erano costretti,

 

o fingeranno pianti ahi non sapete amici

quant’è dura rinunciare ai benefici

né pensavamo si stesse tutti in rotta

 

e via dicendo, brutta questa botta, gente

nei confronti dell’etica irridente

astuzia di chi creanza, mostra, e non capire

 

che sudditanza è, e poi ridire

di una nuova verginità e pentimento.

E te li troverai sul lato opposto

 

se c’è chi gli dia ancora un posto…

 

 

 

18.6.2009

 

 

 

 

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Sempre mi chiedo dove siete nati

da chi, dove siete vissuti, che aria

avete respirato - com’erano

 

i vostri genitori. Se avevate

una cameretta vostra silenziosa

coi libri in un armadio-libreria,

 

tutto per voi. E i vostri padri

avevano fortuna le vostre madri

di come far la spesa alla famiglia;

 

andavano in bottega con libretta

alla mano quella nera, piccola,

dove un avido droghiere segnava

 

le vostre spese e poi le riportava

più o meno fedelmente nel suo libro

grande che chiaramente più grande era

 

di quello del libretto vostro di famiglia.

Sempre mi chiedo da chi siete nati,

cosa scorre nella vostra memoria,

 

che posto avevano i fogli nel vostro

portafogli; ci nuotavano dentro

o lo gonfiavano come quei sensali

 

che - quando esibendosi in giro

lo tiravano fuori impudicamente -

vi facevano sentire una rabbia dentro,

 

o potevate senza malessere guardare,

o chiedervi se ad altri quel benessere

impudico facesse tanto male.

 

E dove siete nati, era una città grande,

vicino casa passavano autobus,

forse in orario, potevate a scuola

 

andare informati sui costi, e i libri

li lanciavate dalla finestra nell’atrio

per ostentare e le ragazze impressionare.

 

Avevate la cravatta o un vecchio

maglione dai gomiti usurati

che le vostre madri con parole cercate

 

mai seppero persuadervi se dicevano

che anche gli altri, come voi, avevano

le toppe in serie nei calzoni sfondati,

 

camicie dai colletti bianco-logoro.

O avevate in casa brave cameriere,

una donna di pulizia sfaccendava

 

mentre le vostre mamme, gambe accavallate

su soffici poltrone, sfogliavano giornali;

rotocalchi; che cosa avete avuto dalla vita,

 

vorrei sapere oh non sapete quanto,

così potrei capire chi siete veramente,

e cosa avete in fondo agli occhi, dolore

 

insuperato, povertà scolpita,

umiliazioni ottime e abbondanti

manco un pasto da militari

 

che pur disgustoso e annebbiante

sempre così veniva dichiarato.

E andaste un giorno all’università,

 

a casa vostra un dito in verticale

sulle labbra dei familiari che per casa

girando si additavano al silenzio

 

perché stavate studiando per gli esami.

Si, così farei il vostro identikit

psicologico e morale, e immorale,

 

e capirei tanto, o quasi tutto,

se oggi siete in giro con un’auto

nuova o vi destreggiate nel sociale

 

senza disfatte, ad occhi dritti

col cuore innocente, senza astio

per gli amici di oggi o la vostra paura

 

di un tempo non leggete negli occhi altrui

e nessuna rabbia vi impone scatti

d’ira e il timore d’essere smascherati

 

nelle vostre collere che altri per ignoranza

chiamerebbe mancanza di stile

o - vecchia espressione - mala creanza;

 

e voi ad ogni passo ogni volta che vedete

altri che hanno tristezze nel profondo

voi vi riconoscete, voi lo sapete

 

ch’è vostro sodale, a voi simile si,

e ciò che è vostro nei loro occhi

vedere è facile. E’ questo che vorrei.

 

Vorrei sapere chi siete veramente.

Saprei anche perché questa amate

o quella musica o come mai

 

questo film commedia o quel genere

dolorosamente d’essai, nei cinema

suburbani, se una fazione politica

 

o un’altra apprezzate senza timore

per il vostro domani, batticuore

che non avete mai avuto, mai,

 

che non riconoscete, il cui volto

odioso, che non è nato con voi,

dolcemente ignorate. Ignorate.

 

E’ la vostra dolce vita vivaddio

quella che non saprete mai da dove viene,

mai, perché mai saprete da dove viene l’altra,

 

la vita acre, insicura, balbettante,

di chi vi passa accanto in una strada

elegante, un corridoio semibuio,

 

o un parco a primavera, o quei negozi

dove non temete di entrare - storia vera -

dove comprerete senza prima

 

chiedere il prezzo sommessamente.

Vorrei sapere chi siete, chi siete

veramente, e io penso o mi illudo

 

 

che così lo saprei infallibilmente…

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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                                   Per F.
 
 
 

Come potresti non essere importante

per me che do frutto ai miei giorni

insieme a te, al tuo animo grande

 

e ai tuoi pensieri sui quali torni

ogni volta che mi scrivi belle note

note del cuore, tu esperta musicista,

 

tocchi corde, corde profonde; e l’animo d’artista

del poeta - di cui l’esser poeta non ti importa -

ma che intanto è tale, e tu non puoi, discosta

 

da quelle doti di tenerezza e amore, star lontana…

 

 

 

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Oh perché mai denigrare i tanti

con le mani in tasca e le spalle al muro,

lo sguardo impuro dritto nel vuoto;

o quelli che con il passo di chi         

trasandato si mostra sicuro di sé

spalle dritte e pugni chiusi oscillanti

all’altezza delle cosce scattanti

come a sfidare nemici non comprare

il giornale sportivo con gli ultimi spicci.

O in queste mattine grandiose

il passeggio tra l’edicola adorna

e il bar che sforna cappuccini, caffé,

i dolci alla crema sui bei tavolini

allineati e coperti, dove vecchi trentenni

giocano a tresette litigando in cortile;

e giocano, giocano e io non so se ignorando

benché - sia di loro proprietà - il dolore

di vedersi la vita passare aspettando;        

giocano si o in piedi urlano per mostrare

al nemico la loro mens sana e intelligente

in questa sacra intangibilità (o veggenza)

della perizia di un gioco dal vero astraente…

 

 

 

Il gioco infinito al bar; e far pagare

il caffé a qualcuno è osanna e peana,

il trionfo che consente il rientro a casa

senza nervi tirati e rilassati sedere

davanti alla tivù a rivedere

la stessa partita che antenne

a pagamento offrono varie volte in un giorno

invariabilmente fin che il giorno di nuovo

rinasce subito dopo il pranzo e

invariabilmente dura fino al pomeriggio, tardi,

in partite infinite, e urla, bestemmie,

e dimostrazioni (ancora) di superiorità di mente

mentre le luci accendono la sera

e la gente rientra con facce perplesse

di cui hai imparato a indovinare

dalle espressioni amare le disattese promesse.

E forse il problema non è più,

o non è mai stato, qui dove l’atarassia

è sconfitta plurisecolare, mai, mai stato

nel non poter più parlare, e non è nemmeno

nel non poter più essere ascoltati, non dico capiti,

ma forse nel sentire più alto il rischio di parlare

col cambio facile tra chi parla e chi alza sguardi

severi, stupiti, gli sguardi sorpresi di chi esterrefatto

si chiede cosa mai accade, pronto a dar del matto

a chi non si sa perché non sia già stato spedito

al Mandalari; qui dove tutto si paga in noncuranza

e dove riso e scherno son letteratura e poesia,

e filosofia superba occasione per ridere

con una risata di malriuscita afasìa...

 

 

 

Bevo il caffé frettolosamente,

oggi è la seconda volta, ma uno

che avevo visto alla ringhiera grigia

a destra, stamattina, è ancora lì, di nuovo,

e sembra abbia in affitto lo spazio, lì,

lo vedo lì da anni, forse ne ho un ricordo

invernale perché ha sempre quel giubbotto

come fosse natale, e una sciarpa,

in questi giorni radiosi di aprile:

sempre lì, sotto il moderno portico

e se ne sta solo, solo ascolta un suo pensiero,

a sguardo perplesso, ma non fuori di sé,

ma dentro, più dentro, che per un’altra volta

potremmo dire ancora retroflesso.

Torno a casa, radendo i muri. Devo

aver dato fiducia a chi non meritava;

a qualcuno che può avermi fatto dubitare

di me se adesso a me chiedo perplesso

dove mai attingo il permesso

di stupirmi di questa piccola vita,

del rimosso dolore di gente giovane adulta

senza occupazione che coccola la nonna,

e la pensione, dicono i giornali, ripetono

consenta in questi 150 anni di crisi

quel lusso vile che sa di fenomenale

che un tempo chiamarono,

con espressione triste ma elegante

questione meridionale.

 

 

Torno a casa, radendo i muri, penso

mentre estraggo le chiavi e apro il piccolo

portone a vetri ad un altro giorno andato;

penso a noi separati in casa, in quartiere,

nel borgo oggi imbiancato ma sepolcro

tuttavia, qui dove sono cresciuto,

a Gianni che chiama necropoli le città,

a me che costretto a tornare sogno

un’altra fuga e una volta ancora stupisco

al sorriso trentenne della mia anziana madre,

al suo venirmi incontro a passo di danza,

e a come tornerò, salite due piccole rampe,

al mio tavolino e al computer, miracoloso

regalo di un compleanno passato;

e a me penso in questa oasi di pochi metri quadri,

piccolo modesto appartamento,

un lusso anche per me

tutto devoluto all’ozio letterario.

Ed eccomi, gomito puntato sul tavolo,

guancia nella mano, nell’altra il mouse,
fisso sullo schermo l’idea virtuale della carta

e il foglio bianco su cui figgo quotidiani pensieri.

E’ una sera qualunque del duemila. Seduto qui

a vivere pensando, o modellare versi; ma io

- penso - io che ho sognato un’altra vita,

io che ponevo nel pensare la speranza;

io vidi e seppi che il sogno si volse in derisione;

e fu visione disperante di radici.        

Fu il limite nostro la rivelazione, il mio e il loro.

Il mare antropologico, penso, tutto riavvolse,

poesia e tresette, io nella mia sconfitta

della radicale visione dell’essere,

loro nella boria beata di un caffé, goduta vittoria.

E sarebbero così reali le differenze?

 

 

6-8 aprile 2009

 

 

 

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Qui - tra la gente che a pigolii si duole

di bisogni antichi (che chi ha il potere ignora)

ma poi al consenso incredibile avvalora                 

 

i piani di chi per sé il potere vuole -

tra gente che i malandri via via lusinga 

vita non c’è ma vita mia induci a vigilare attenti

 

nel quotidiano che non da mai nulla,

e i vivi sanno che il respiro costa

qui dove tutto si paga in dignità                     

 

e quel che è diritto è scherno o rarità.

Vivo che non sei parte a quei belluini

che ferocia e potere rende caini

 

che nella certezza di empietà impunita 

vivono forti sulla tua - che è la tua - vita

qui è sforzo d’ogni istante alzare gli occhi,

 

e urlare ciò che spetta è quella forza

che l’onore mina di una genìa funesta           

che d’onore bugiardo si riveste.                            

 

 

 23.3.2009

 

 

 

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Qualcosa, amico Nino, ci affratella;

come idea veramente non è bella

quella che morte francescana sorella

 

mentre un po’ per volta ci si accosta,

quando arriverà - ma lo fa apposta? -

ci trovi soli e nessuno accanto,

 

soli senza uno sguardo e senza un pianto

soli nel giorno che si dovrà finire

senza qualcuno che ci veda morire…

 

 

soli dal giorno che si dovrà chiarire

 

 

 

 

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Spiritosetta che mi piaci tanto

tu che i miei giorni allieti tutti e sempre

ma l’animo estremo non ti duole

 

a rimandare ancora il nostro incontro?

Dici, vedersi occorre anima e corpo

viversi dici ma intanto non lo fai

 

ahinoi tristi problemi ci separano,  

e il nostro amore si copre di sfortuna.

Ma se ti fai coraggio, donna amata,

 

e la città tua lasci pochi giorni

le mie braccia e l’intera mia brigata

ti accoglieranno fin che a Carpi ritorni.

 

Vedrò allora i tuoi occhi puri

vedrai allora i miei occhi veri,

e la mia mano ti sfiorerà le guance,

 

e sulla bocca avrai baci severi.

 

 

 

 

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Ah giorni caldi di un’estate antica

siete rimasti memoria e incanto

negli occhi vitrei e nell’ansia stupita,

 

del fanciullo che in estasi adorante

vi guardava chiari cielo e mare

puri d’un azzurro che più che estivo

 

non si potrà mai dire. O giorni ampi

nella memoria ferma, distesa, lampi

di un flash eterno, di un istante solo.

 

E sono lì ancora nel primo meriggio

quando il cielo scolora quasi in sonno,

sfuggivo il pranzo per venire al poggio

 

modica altura, solo, per rapirmi

godendo la calura e il gran silenzio  

la solitudine i vasti spazi e solo mia,

 

 

quella visione che avvicina a Dio.

 

 

 

   30.4.2009

 
 
 
 
 
 
 

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Voi ricordate quelle sere insieme,

le sere a cena o in calde pizzerie;

dove sarà stato il nostro incontro

 

il primo ma anche tutti, tutti gli altri

in posti diversi e diverse città;

a Roma, per esempio, fu forse

 

al Pantheon forse piazza Navona,

in sere d’estate tra giocolieri         

e mimi, festanti venditori, di quadri,

 

miniature, prestigiatori, pure

madonnari, pittori del futuro,

o musici sbandati, i cantanti,

 

ritrattisti che in rapidi istanti

carta e matita ritraggono me o te

a dieci euro soltanto; oh dove mai

 

ci saremo incontrati in che magiche

sere, fu in Emilia o a Genova o a Porto,

o a casa del poeta a Recanati dal nostro

 

amico eterno che dal borgo selvaggio

volle fuggire ma ahimé ripreso

subito fu, e irriso; o dove ti ho incontrato,

 

e in che luogo, amico o amica cui

tuttora parlo di cui vedo foto

e del volto le linee, i vari sguardi

 

di vari tempi e luoghi. Così, mai stanco,

dove vi avrò visti - mi chiedo - e quante volte

o come sarà nata quella stima,

 

se così cari mi siete che col cuore

dalla mia casa vedo il vostro agire,

il quotidiano ameno, svago lavori,

 

piccoli impegni o grandi dolori;

e c’è chi a sera a un telefono gratis

assente a calda e pura sintonia;

 

e il vostro cuore perché più dentro

palpita, sempre, se mani lontane

mani mai strette, mai, pure ho tanto

 

avuto e io non so se del mio ho dato;

e sarà vero che ciascuno in casa 

può esser meno solo tra di noi,

 

tra noi lontani, lontani e pure amati

che basta un avatar e un nome e una foto -

pur senza mai essersi incontrati?

 

 

 

12. 4. 2009

 

 

 

 

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Per i casi del fato
(mi scuserai se uso
una parola ormai arcaizzante)
ti incontrai in giro
per nuvole e stelle
o non so dove
in quale aria o etere;
e prima di due settimane
tutto era compiuto.
 
Passarono giorni
perché i giorni hanno il vizio di passare
come i mesi e gli anni -
anche se nessuno ci ha mai detto
né come e neanche dove,
e soprattutto se è vero.
 
Nei mesi fui posto a paragone
ad ogni sorta di santo o di burlone,
forse hai alternato lacrime e sorrisi
pretese vendette, bonomie e marosi;
 
ma tu sola sapevi come vanno gli affari in amore
e che da qualche parte in un luogo senza luogo
chi aveva trovato a corrisponderlo era il cuore.
 
 
 

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La voce umanissima dell’uomo
scompare nella tecnica del poeta
un poema è solenne come un duomo
ma uomini donne vita non giungono alla meta.

Tu non li senti, non senti voci vive
svaniscono volti vivi voci dolci o acri
vince il ritmo da solo e quel che il poeta ambiva
folla, auto, visi, restano simulacri.

Non ha qualcosa - pure - di stantio
quel verseggiare tecnico e abbonato
non sembra di sentire antico il rio

dei versi d’un tempo d’altri e non di sé;
se pure ti consola l’aulica tradizione,
il dubbio resta, rimane tra sé e sé.


 
Nota 
Questa poesia è una riflessione sulla maggior parte
della poesia scritta OGGI sul metro della poesia classica:
utilizzando cioè la scienza metrica ecc.
 
 

Inverno Antico*

 
 
 
 

Ora dal cielo scendono nuvole grigie,

gli orti silenziosi attendono nel freddo

in un cielo di neve:

dimèntico di me il mio pensiero corre a te

avvolta nel dolore che temi

ti persegua per anni.

 

Ora il silenzio cala negli orti,

umidi della pioggia inattesa:

è già svanito l’esiguo sole,

presagio di primavera.

 

E qualche passerotto intirizzito

pigola piano,

per non turbare il mistico meriggio d’inverno.

Plana la pace

nel crepuscolo eburneo,

che sopraggiunge,

improvviso.

 

 

11.2.2009

 

h.16.40

 

 

 

 

*   E' una poesia fuori dal tempo presente,

    versi sognati per poter scrivere uno dei

    generi che più amo: l'idillio. E' dunque

    una poesia dove manca tutto ciò che è

    contemporaneo: strumenti elettrici,
    attrezzi meccanici, auto, computer, ecc.
 

 

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Il tempo passa lentamente.

Parole come stillicidio,

metafore,

la goccia che penetra la dura pietra,

verbi intrattenibili entrano e fuggono dalla mente,

tutto in quei momenti appare sopportabile

ma è destinato a trascinarci nell’abisso.

Scrivevo incompresi versi.

Nulla ci accomunò mai veramente

o molto ci costringe ancora

in un vincolo tentacolare, e inossidabile –

più di quanto sappiamo immaginare?

La mia barba si è allungata

e stare seduto è sempre più difficile.

Passano giorni lunghi come ere.

Non conto i secondi e non ho un orologio a pendola nell’angolo,

nulla scandisce attimi, minuti.

Le ore non sono divinità pagane

né unità di misura. Il tempo non resiste.

Vago appoggiato a spalliere di vecchie sedie

mi affido ai muri avanzando un centimetro per volta.

Se il telefono squilla sorrido,

la mia voce canta,

non racconto làstime.

Le notti sono illuminate da un'abatjour,

non da pensieri di speranza.

Voci irraggiungibili mi raggiungono;

fisiche, reali, impietose;

soffiano acredini senza  pietà, senza logica:

con  malinconia, il pianto trattenuto di chi non sa ma crede di sapere.

Il tempo passa lentamente per chi soffre.

 

 

gennaio 2009

 

 

 

 

 

.

 

 

Non tu  -
sono io a chiedermi
in questa attesa piatta
se il giorno oggi
o quello di domani porti qualcosa,
qualcosa che sia nuovo…
Che posso dirti,
sono qui, solo, vivo
tra stand by e attesa,
vivo forzando pensieri
sperando che l’umore non sia nero
filando parole
che assai di rado
mutano in versi veri;
scrivo per colorare il tempo,
verbi al futuro per auspici,
la mente come tela:
passo colori,
aperti, chiari,
financo irruenti
sperando.
Il vento di gennaio
fischia sugli infissi di ferro
schiocca panni stesi
scorazza nelle strade, sbatte porte,
balla sui terrazzi
se ne va.
Sono qui, sotto l’urlo del mare,
figgo parole una dopo l’altra,
cerco il fuoco senza cuore
di una stufa,
filo e tesso a mani sagge  
d’artigiano lento
una tela d’Omero senza proci;
l’ansia ha lasciato posto
a una scialba vaghezza.
Il giorno è questo,
di silenzi, freddo;    
più freddo se la tua bocca tace,
se scrivo voltando a tratti
testa e cuore verso i vetri
oltre i quali vige una luce di cenere.
Tremando poi d’un tratto se rileggo.


gennaio 2005

 

 

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Lieve trepidazione

con cui attendo le tue parole scritte

le tue sonore

amore  

 

fiera trepidazione con cui mi rendo vivo

mentre ti attendo

mentre da lungo tempo attendo

i tuoi occhi -

veri

 

 

 

 

 

 

 

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Stasera non so parlarti di me

non so parlare di te a te

non so parlare di noi.

Stasera parlarti mi è proibito

da una canzone che mi trafigge

con la sua malinconia,

malinconia che è tua e mia

e stasera ci unisce sulle onde a colori tenui e forti

di questa canzone,

e la sua malinconia ci imprigiona,

stasera ci avvinghia, ci lega

la sua musica

le sue parole mi portano in quella stanza

da cui mi pensi nell’oscurità,

lontana dal mondo,

dove, sola, puoi commuoverti nel profondo

e sai che anch’io ho lacrime trattenute a stento

o limpide a tratti sul mio viso rigato.

 

 

Stasera non so parlarti di me.

Non so parlare di te a te:

né so parlare di noi.

Stasera, questa sera che anche nelle immagini cerco

messaggi, i più sottili,

quelli cui alla prima visione non penserei,

quelli cui tu stessa forse

potresti non aver pensato.

Stasera questa sera

la rosa in un cuore sulla polvere di un tavolo

una rosa sui tasti bianchi del pianoforte

la mano nella mano di due innamorati

o le antiche persiane che si aprono sul mare;

stasera tu nuda in un abbraccio fetale, triste,

raccolta in un’intima chiusura al mondo,

stasera le parole vergate con inchiostro nobile

su carta subito ingiallita;

stasera il cielo al crepuscolo di un azzurro inquietante

e un finale con la rosa tra le dita che cambia colore;

stasera tutto questo rigira vortici nella mia mente

diventa fantasia nella mia fantasia

dolore nel mio dolore

nostalgia nella mia nostalgia,

amore nel mio amore…

 

 

Mi sono seduto a tavola a pensarti

mi ero seduto come ormai di rado a consumare

un breve pasto e mi distraevano

le immagini e le note

il tuo sguardo appariva nelle immagini che ho di te

le immagini tue da tempo alte sull’altare

che porto nel cuore.

 

 

Stasera, questa sera che anche le virgole

hanno profili pensosi

stasera che anche le pause

le sospensioni

i sospiri

hanno attimi a sussulti

gioia o allarmi della mente

questa sera raccolto in un cantuccio del cuore

- del mio cuore -

semplicemente ti penso.

Semplicemente ti amo.

Semplicemente è futuro il presente

e il presente è futuro.

Stasera – questa stasera così commossa,

così straziata da lontananze immodeste;

stasera una sera in cui tuffarsi

e nuotare:

stasera io solco il grande mare della speranza

da te innescata.

Speranza

mia speranza -

chiari di luce nel cuore tremulo -

 

 

Speranza

mia speranza.

Speranza che non può finire.

 

 

 

21.1.2008 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Ah se ti sentissi dire in verità

il mio amore io l’ho ferito veramente

la colpa tua si scioglierebbe in nullità

e il dolor mio svanirebbe immantinente.
 
 
 
 
 
 
 

Candida Suite

 

 

 

3a Edizione!!! 

 

 

 

Candida Suite  

 

Il volume può essere ordinato al seguente indirizzo telematico

http://www.unilibro.it/find_buy/Scheda/libreria/autore-cicala_santino/sku-12052652/candida_suite_.htm

 

 

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Amore dì alla zia

di restarsene a casa stasera:

dormirò io con te.

Dopo poggerò la guancia

sul tuo seno

e mi farai le coccole e mi darai i bacini.

Ma prima amore

prima dì alla zia di restarsene a casa stasera,

stanotte dormirò io con te,

aboliremo la luna,

per qualche ora scorderemo

romantici baci

e sguardi innocenti

gli studi i collegi e i legami nell’anima;

senza catechismi di certezze

entreremo nello spazio

senza spazio del cuore

dentro più dentro

dove amore è amore

dove la carne è carne

e le viscere urlano

e dove il respiro si ferma

dove gli occhi accecano

sbarrati sull’abisso del piacere.

Dì alla zia di restarsene a casa stasera, amore:

stanotte per questa notte dormirò io con te.

 

Sai, sono felice d’essere infelice

quando tu non ci sei:

è per te la mia garanzia del mio amore.

Ma stanotte la tua casa sarà tutta nostra,

centimetro per centimetro

la tua pelle sarà tutta mia

e nostra sarà la fornace

l’unica la sola che arde

dentro, più dentro,

dove il cuore è cuore,

dentro, più dentro,

dove la carne è carne.

Ma tu sai cosa devi dire

e a chi, amore,

perché la casa stanotte

sia tutta nostra,

la carne e il cuore

e quella infamia che per me

voglio e pretendo

si che mi addosserò

un vilipendio disperato e senza orpelli.

Dentro più dentro

dove il cuore è cuore.

Dentro più dentro

dove la carne è carne.

 

 

 

 

 

 

 

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Ci incontrammo per caso

nella ragnatela intricata del web,

mentore e maestra d’amicizia

la nostra comune amica.

Mi fu detto di persona grande

valori titanici

spirito solidale.

Mi venne facile credere:

il suggerimento arrivava

da un pulpito sacro.

Ti conobbi;

e riconobbi in te quel che mi era stato predetto.

Nacque un’amicizia che sfida il tempo.

 

 

 
 

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Non volevo no
che mi riportassi indietro
la vita che hai carpito
e che volentieri ti diedi.
Volevo che la tenessi
come io tenevo la tua
teneramente
nelle mie mani adoranti.
 
 
 
 

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Il tuo volto è festa

Il tuo sguardo resta

La tua voce è gioia

La tua assenza è noia.

 

 

11.12.2007

 

 

   

 

14 febbraio

 
 
 

Forse sei tu il respiro del vento
che dolce mi fascia in questa notte
che ha nuvole chiare;

forse sei il respiro del mare
che ha un ritmo eterno
e puramente immortale;

o non sei tu forse la luna
che rapida punta il mio sguardo
e spera che la segua e mi incanta;

e tu, tu non sei tu quel chiarore
dietro i monti miei bruni
quel sussulto di luce

 
che non si stanca e che limpida
vive - eterna testimone d’amore -
dietro l’intramontabile vita. 
 
 
 
 

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Mio amore fino a quando continuerai a ignorarmi?
Perché ancora mi nascondi il tuo volto?
Fino a quando mi agiterà il tuo silenzio?

Rispondi, donna lieve,
apparimi, dolce amore.

 

Appari alla luce dei miei occhi, amore mio,
perché mi sento morire,
la tristezza non esulti su di me,
non esulti l’ansia-avversaria quando ti spero.

 

Ho confidato nella tua tenerezza,
il mio cuore, sai, vuole gioire;
il cuore

sai

vuole gioire.


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                                                Per  F.
 

 

Poi fu diverso

ho ritrovato la gioia pura

il futuro

la speranza

una vita che danza

che riprende del nuovo i suoi giri

di pensieri a larghe piste.

Fu diverso si

e gli occhi si riempirono di pianto

gioioso.

Forse fu un balzo indietro

alla fiduciosa adolescenza

io che ho sempre sperato

anche senza capire

perché la speranza

non ha logiche

né spiegazioni algebriche.

E forse fu pure

un recupero del tempo presente,

il qui e ora che fuga ogni angoscia,

e nulla lascia al passato o al futuro.

 

 

2.1.2008

 

 

 
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